Nel Def 2024 non ci sono indicazioni per il prossimo anno, anzi si prevede che la spesa pensionistica continui a crescere fino al 2040 anche senza nessuna misura per ritirarsi dal lavoro in anticipo. Tutti i numeri del Documento di Economia e Finanza sulla previdenza

 

La popolazione italiana invecchia, questa non è una novità ed è anche una buona notizia se si pensa al miglioramento delle aspettative di vita. Però, allo stesso tempo, la natalità sta inesorabilmente calando e anche l’apporto dell’immigrazione, nel lungo periodo, è visto in discesa. Tutte variabili che incidono sulla spesa pubblica per le pensioni e quindi inevitabilmente si rifletteranno sulle decisioni del Governo circa la complessiva riforma della previdenza e in particolare, probabilmente, sui meccanismi di uscita anticipata dal lavoro rispetto alle regole attuali che indicano la pensione di vecchiaia, ad oggi, all’età di 67 anni. 

Qui sotto è riportato il grafico che mostra l’andamento negli anni della spesa pensionistica italiana rispetto al Prodotto interno lordo (misurata in percentuale su quest’ultimo). È evidente il picco del 2020, dovuto principalmente alla caduta del Pil (-9% Nel 2020) ma anche dall’avvio di ‘Quota 100’ nel 2019. Dal 2024 al 2028 ci si aspetta un livello piuttosto costante, attorno al 15,6% del Pil, mentre il top è stimato nel 2040, quando la percentuale arriverà al 17%, per poi iniziare la sua lenta discesa. Discesa che dovrebbe portare a un livello appena sotto il 14% nel 2070,  determinato “dall’applicazione generalizzata del calcolo contributivo che si accompagna all’inversione di tendenza nel rapporto tra numero di pensioni e numero di occupati”, si legge nel Documento di Economia e Finanza 2024, approvato il 9 aprile scorso dall’Esecutivo.

Traducendo queste percentuali in numeri, vediamo che i costi per la previdenza nel 2024  saranno di 337,4 miliardi di euro, che diventeranno 345,7 miliardi nel 2025 e  356,3 miliardi l’anno successivo; per arrivare a sfiorare i 370 miliardi nel 2027.  

Questi numeri e queste spiegazioni sembrerebbero lasciare poco spazio a un nuovo intervento a favore delle uscite anticipate dal lavoro, com’è stato finora per le varie ‘Quote’ introdotte dal 2019 in poi. D’altronde, già quest’anno si è assistito a un forte giro di vite, con la proroga di Quota 103 ma in versione ‘light’, ovvero con una forte penalizzazione per quanti la hanno scelta o sceglieranno: il ricalcolo dell’assegno con il sistema totalmente contributivo. 

Com’è noto, soprattutto per le incognite legate alle spese per il Superbonus, il Def da poco approvato non contiene previsioni per il futuro, nemmeno per il 2025. Tuttavia non è difficile immaginare che neanche il prossimo anno sarà quello buono per la tanto attesa riforma del sistema previdenziale che, auspicabilmente, dovrebbe riguardare anche la previdenza complementare, con interventi volti a rafforzarla e diffonderla il più possibile, soprattutto tra i giovani. 

Quel che è certo, al momento, è che se il Governo non deciderà di intervenire con la prossima Legge di Bilancio, il 2025 sarà ricordato come l’anno dell’addio alle ‘Quote’, con il ritorno alla formula piena della legge Fornero: uscita solo a 67 anni di età per le pensioni di vecchiaia o prima, con la pensione contributiva anticipata, che richiederà almeno 64 anni di età con 20 anni di contributi e un assegno pensionistico di almeno 1.600 euro lordi ai valori attuali (tre  volte l’assegno sociale). 

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