Il carovita si fa sentire ma la previdenza complementare ha gli strumenti per difendersi e offrire sempre investimenti adatti ai profili di rischio dei suoi iscritti.

 

Dopo un decennio di silenzio l’inflazione è tornata a far sentire la sua voce. In Italia nel 2021 la crescita dei prezzi è stata dell’1,9% contro il -0,2% dell’anno prima. Per il 2022 le ultime stime della Banca d’Italia parlano di un 3,5%, che però dovrebbe flettere all’1,6% il prossimo anno, indicazione in linea con quelle della Banca Centrale Europea, che per ora vede scendere l’asticella sotto il 2% già dal 2023. Ma che effetti può avere una fiammata del carovita sul risparmio e su quello previdenziale in particolare? E come è possibile difendersi?

Ne abbiamo parlato con Simona Paravani-Mellinghoff, GlobalCIO of Solutions, MASS, di BlackRock, advisor finanziario di Previndai.

“E’ importante innanzitutto ricordare che l’inflazione è un fenomeno globale, il suo rialzo non riguarda solo l’Italia o l’Europa e gli Stati Uniti ma perfino il Giappone dove finora regnava il rischio di deflazione. Guardando al futuro, nelle nostre proiezioni, non solo nel 2022 ma anche in un orizzonte di medio-lungo periodo vediamo un’inflazione in media più alta di quella vissuta nei dieci anni seguiti alla crisi finanziaria internazionale del 2008. Non parliamo però di inflazione a due cifre, come quella registrata in Italia negli Anni Settanta. Negli Stati Uniti, per esempio, potrebbe attestarsi attorno al 2,5-3%, mentre negli ultimi dieci anni era stata attorno al 2%”.

Alla base di questo trend ci sono non solo le politiche monetarie e fiscali adottate in tutto il mondo per arginare gli effetti negativi sull’economia della pandemia da Covid 19 ma anche “dati più strutturali di cui si parla meno, come la deglobalizzazione e l’invecchiamento della popolazione mondiale”. Nel primo caso la tendenza a riportare la produzione più vicina al consumo, per rendere le catene di approvvigionamento più resilienti, “ha un impatto inflazionistico, perché la globalizzazione dagli Anni Novanta  ha ridotto l’inflazione e, ovviamente, se il fenomeno va in retromarcia, si ottiene l’effetto l’opposto”.

C’è poi l’aspetto demografico, il mondo sta invecchiando, “I dati delle Nazioni Unite stimano che nel 2050 ci saranno oltre 2 miliardi di persone sopra i 60 anni, mentre oggi siamo a meno di 1 miliardo. Questo comporta sia che andrá a restringersi la platea della forza lavoro (trend in controtendenza rispetto a quanto registrato negli ultimi 35-40 anni a livello globale) sia che una maggiore fetta della popolazione attiva andrà impiegata in servizi alle persone. E si tratta di attività più difficilmente automatizzabili, il che avrà impatti sull’inflazione”.

Una crescita dei prezzi nel medio-lungo periodo però non deve spaventare, perché l’inflazione non è di per sé un male: “A me piace utilizzare la metafora del clima per parlare dell’inflazione. Un inverno gelido è indesiderabile come un’estate troppo afosa e calda e lo stesso vale per la temperatura dell’inflazione. Non a caso le Banche Centrali puntano a un’inflazione positiva ma bassa, attorno al 2%. Perché un periodo troppo freddo, con una crescita dei prezzi troppo bassa, può danneggiare la crescita, in quanto ci si aspetta che domani i prezzi siano più bassi di oggi e si pospongono gli acquisti. Di converso una temperatura dell’inflazione troppo alta erode rapidamente il potere di acquisto” e porta ad un rialzo dei tassi con conseguenze negative per la crescita .

E proprio questo è uno dei fattori da tenere in considerazione quando si deve scegliere come impiegare i propri risparmi, perché uno degli effetti dell’inflazione è proprio di erodere il potere d’acquisto della liquidità i cui gli interessi non tengano il passo con il ritmo della crescita dei prezzi. Più in generale “L’inflazione è un elemento di cui tenere conto quando si decide in cosa investire, perché ha un impatto diverso per comparti diversi. Per esempio tende ad avere un effetto negativo sulle obbligazioni statali a tasso fisso, mentre ci sono invece settori, come le materie prime o le obbligazioni indicizzate all’inflazione, che tendono ad avere rendimenti migliori durante i periodi  d’inflazione più sostenuta”.

Anche un investitore di lungo periodo, come un fondo pensione, ha tutti gli strumenti per tenere sotto controllo l’effetto del carovita sui risparmi. “Nel contesto italiano, dove l’inflazione è alla base della rivalutazione del Tfr (1,5% più il 75% dell’inflazione, ndr), inflazione più alta significa che il benchmark implicito di un fondo, ovvero la scelta di lasciare il Tfr in azienda, può diventare nel breve termine più competitivo. Per questo è particolarmente importante per gli investitori previdenziali pensare alla diversificazione, rivisitare periodicamente l’asset allocation strategica e i profili di rischio rendimento, per poter investire in comparti che nel medio- lungo periodo tendano a dare protezione verso l’inflazione”.

Più in generale in un periodo di cambiamento strutturale, con un’inflazione media vista più alta che negli ultimi dieci anni, “per i fondi pensione il tema della diversificazione è sempre più importante. E’ fondamentale estendere l’universo degli investimenti oltre i comparti azionario e obbligazionario tradizionale, andando anche verso investimenti alternativi e in questo Previndai è di certo all’avanguardia”. Quanto ai comparti garantiti, la loro performance rispetto al benchmark implicito del Tfr in azienda “continuerà a dipendere da come si evolverà l’inflazione ma anche da come saranno gestiti questi comparti”.

Più in generale, ricorda l’esperta di BlackRock, “quando si valutano investimenti di medio e lungo periodo è importante considerare le performance degli strumenti in cui si è scelto di investire sull’orizzonte temporale che ci si è dati e non fermarsi alla performance di un singolo anno”.

Ad ogni modo è bene ricordare, anche per chi investe in un fondo pensione, che “soprattutto in periodi di cambiamento strutturale e incertezza come questo è opportuno assicurarsi di rivalutare le proprie scelte con regolarità. Tra gli aderenti alla previdenza complementare c’è spesso la tendenza a fare una scelta iniziale e poi continuare su quella strada, senza cambiare anche per decenni. Invece le scelte devono essere consapevoli, devono riflettere le personali circostanze in termini di orizzonte temporale, propensione al rischio e complementarietá con altri risparmi per essere certi che siano ancora giuste per le condizioni dell’individuo e del mercato”.

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