Tra le novità della legge di Bilancio 2025 ce n’è una che riguarda anche i giovani e la previdenza. Si tratta della possibilità, per chi è stato assunto dal 1° gennaio 2025 in poi, di incrementare i versamenti a suo carico fatti all’Inps per irrobustire il futuro assegno pensionistico pubblico, aumentando la propria aliquota contributiva fino a un massimo del 2%. Tradotto in numeri, questo significa che dal 9,49% della retribuzione annua lorda che viene versato oggi dal lavoratore, si potrebbe arrivare fino all’11,49%. Per attivare il versamento aggiuntivo, il lavoratore deve fare richiesta al proprio datore di lavoro, che ne gestisce la trattenuta in busta paga, ma le modalità per farlo non sono ancora state stabilite, lo saranno con  un decreto attuativo ancora in attesa di pubblicazione. 

Già da questa breve descrizione, appare chiaro che si tratta di una possibilità che non sostituisce ma, eventualmente, potrebbe affiancare la scelta di aderire alla previdenza complementare, perché modalità di partecipazione e risultati sono davvero molto diversi, come vedremo più avanti. 

Volendo approfondire, va detto innanzitutto che l’opzione +2% non modifica i requisiti per il pensionamento, ma contribuisce ad accrescere il salvadanaio previdenziale pubblico; in sostanza, i contributi aggiuntivi non anticipano l’età pensionabile ma permettono di ottenere un assegno Inps più alto una volta maturati i requisiti di vecchiaia. Dal punto di vista fiscale, il 50% dell’importo versato è deducibile dal reddito, con un beneficio variabile in base allo scaglione IRPEF. 

Se si confronta questo meccanismo con il trattamento fiscale della previdenza complementare, emergono alcune differenze significative. Per chi aderisce ai fondi pensione, infatti, i contributi versati sono interamente deducibili dal reddito fino a un massimo di 5.165 euro l’anno, senza il limite del 50% previsto per i contributi aggiuntivi Inps. Inoltre, la tassazione sulla pensione integrativa, al momento dell’erogazione, sarà più vantaggiosa rispetto a quella della pensione obbligatoria. Sulle rendite erogate dalla previdenza complementare (per quanto accumulato dal 2007 in poi) si applica infatti una tassazione definitiva tra il 15% e il 9%, tanto più bassa quanto maggiore è l’anzianità di partecipazione alla previdenza complementare. Sulla pensione invece si applicano le aliquote Irpef, che partono da un minimo del 23%. 

Ma al di là del trattamento fiscale, c’è una differenza molto importante tra i contributi aggiuntivi che potranno essere versati all’Inps dai neoassunti e quanto viene versato dagli iscritti ai fondi pensione, se questi decidono di non limitarsi al solo Tfr. Per i lavoratori che scelgono di iscriversi al fondo di categoria (quello previsto dal contratto di riferimento), il versamento della propria quota (in media attorno all’1% della retribuzione lorda) porta con sé l’obbligo per il datore di lavoro di versare anch’esso la sua quota, che in molti casi è anche superiore a quella del lavoratore. Un versamento da parte del datore di lavoro che non è previsto nel caso si opti per versare il contributo aggiuntivo fino al 2% per la previdenza obbligatoria. 

Insomma, se è ancora presto per capire come reagiranno i giovani a questa novità, si può certamente dire che la sua introduzione non modifica, di fatto, l’impostazione della previdenza complementare né può essere considerata, a ragione, un suo sostituto. 

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